Il decadimento cognitivo è una condizione sempre più diffusa, strettamente legata all’invecchiamento della popolazione. Si manifesta con una progressiva riduzione di funzioni cerebrali fondamentali come la memoria, il linguaggio, l’attenzione, l’orientamento e la capacità di risolvere problemi. Nei casi più severi, questa condizione compromette del tutto l’autonomia e la qualità della vita quotidiana.
Quanto è diffuso il decadimento cognitivo e che impatto ha?
Secondo la Dottoressa Mariagrazia Marin, specialista in geriatria e gerontologia, si tratta di una vera e propria sfida sanitaria e sociale. In Italia si stima che circa due milioni di persone (pari al 2,6% della popolazione) siano affette da varie forme di decadimento cognitivo, e i numeri sono purtroppo destinati a crescere.
Chi ne è maggiormente colpito
La sindrome colpisce soprattutto le donne e l’incidenza aumenta con l’età. I primi casi si osservano generalmente intorno ai 70 anni, per poi crescere in modo marcato nelle fasce d’età più avanzate, in particolare superati i 90 anni. Esistono anche forme precoci, ma rappresentano casi molto rari.
I primi campanelli d’allarme: a cosa prestare attenzione
I primi segnali spesso vengono minimizzati dai diretti interessati e notati principalmente dai familiari. Nelle fasi iniziali si manifestano solitamente:
- Disturbi della memoria a breve termine
- Ripetizione frequente delle stesse domande
- Difficoltà nell’organizzare la giornata
- Perdita di autonomia nelle piccole attività quotidiane
L’importanza dei disturbi comportamentali
È fondamentale prestare la massima attenzione quando, a queste semplici dimenticanze, si associano disturbi comportamentali che sono spesso i più difficili da gestire per chi assiste il paziente. Tra questi troviamo cambiamenti del carattere, aggressività, fissazioni, fino a un vero e proprio disorientamento e all’alterazione del ritmo sonno-veglia (con la tendenza della persona a scambiare il giorno per la notte).
Diagnosi: il percorso medico
Il primo a sospettare il decadimento cognitivo dovrebbe essere il medico di medicina generale, che indirizza poi il paziente al geriatra.
Dagli esami ai test specifici
Il percorso diagnostico inizia con l’anamnesi, la visita generale e gli esami del sangue, passaggi fondamentali per escludere altre patologie che simulano il disturbo (come idrocefalo, neoplasie, effetti collaterali di farmaci o forte depressione). Successivamente, si eseguono test neuropsicologici specifici – come il Mini mental state examination (MMSE) – per valutare attenzione, memoria, apprendimento e linguaggio, completando infine il quadro clinico con esami strumentali come la TAC e la risonanza magnetica.
Le cause: forme vascolari e degenerative
Il decadimento cognitivo può avere diverse cause alla base:
- Forme Vascolari: Sono legate a una cerebropatia vascolare in cui i vasi cerebrali, colpiti dall’aterosclerosi, si occludono causando piccole ischemie corticali. La somma di questi ripetuti episodi ischemici determina il decadimento.
- Forme Degenerative: Si caratterizzano per un’atrofia progressiva del cervello. In questa categoria rientra anche la demenza di Alzheimer, per la quale però, va ricordato, si ottiene una diagnosi certa solo con l’esame istologico post mortem.
Per quanto riguarda le cure, nelle forme vascolari si controllano attivamente i fattori di rischio cardiovascolari, mentre per le forme degenerative esistono farmaci in grado di rallentare la progressione e tenere sotto controllo i disturbi del comportamento.
Prevenzione e gestione della malattia
Come per molte altre patologie, lo stile di vita è un pilastro preventivo: un’alimentazione corretta, l’attività fisica regolare e il controllo della pressione e del colesterolo sono strumenti di difesa essenziali.
La costante stimolazione cognitiva
Quando la malattia si è già manifestata, è cruciale mantenere una costante stimolazione cognitiva del paziente attraverso la lettura, le parole crociate, gli esercizi mentali e la frequentazione di centri diurni. La socializzazione è vitale, poiché l’isolamento contribuisce ad accelerare drasticamente la perdita di autonomia. Infine, i familiari devono essere adeguatamente preparati e supportati psicologicamente, in quanto si troveranno a gestire persone via via sempre più bisognose di assistenza.
Fonte: Articolo originariamente pubblicato sulla rivista Liberetà (Edizione Giugno 2026), redatto da Stefano Borelli in collaborazione con la Dott.ssa Mariagrazia Marin.
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